lunedì 30 maggio 2016

Panorami esterni ed interni dello Yoga Integrale

Panorami esterni ed interni dello Yoga Integrale: Programma: 17-18 yoga principianti 18.15 -19.15 yoga intermedi 19.30-20.30 yoga avanzati 20.45 - 21.30 yoganidra 21.40 – 22.00 cena conviviale (ognuno porta





Sapersi rilassare è il più importante tra tutti i sapere pratici umani: ogni altro sapere ne dipende. 
Che ne sarebbe di un qualsiasi cittadino o lavoratore, operaio o chirurgo, autista o pilota, madre o capo di governo, se andasse nel panico all’insorgere delle prime difficoltà? Se non sapesse rilassarsi, non dico mentre guarda la tv, ma mentre è sotto la pressione delle prepotenze burocratiche,dei ritardi della legge, dei difetti della macchina, delle dilacerazioni fisiche e morali, delle grida dei figli, delle incoscienze stradali, dell’infedeltà dell’hi-fidelity, degli attacchi mafiosi, terroristici, ecc?

Rilassarsi non vuol dire affatto dormire ma mettersi nelle condizioni migliori per individuare con lucidità le priorità del momento. Per scegliere a cosa dare senso e valore nella propria vita quotidiana. Per risvegliarsi dall’autoinganno di avere, oltre a quella quotidiana, un’altra vita infinita in cui occuparsi poi anche di quella cosa lì.

Rilassarsi non significa bearsi nel senno del poi vagheggiando un’altra vita. Piuttosto, significa rallentare, trovare il tempo per trovare la cosa più importante. Smettere di perdersela ogni santo giorno. Arrestare questo doloroso scempio di tempo e riappropriarsene.

Vuoi rimetterti la corona? Vuoi vederla sul capo di quella specie di clessidra di carne che è l’essere umano? Vuoi tu incedere a passo regale e lento nel giardino del tuo presente, dilatare il tempo, distenderlo in preziosa foglia, in un’anima d’oro? Vuoi la pietra filosofale che sa far di poco, tanto, tantissimo, tutto?

Allora ripudia la tua ansia, la sua avidità invidiosa e insaziabile, e sali all’ultimo piano di viale Mazzini 157 interno 29. Troverai uno spazio-tempo di inusitata bellezza, il mio Studio “Pause”. Insieme, ci ricorderemo di vivere e di sentire bene l’effetto che fa. Ci accorgeremo del nostro respiro imparando che è prana, forza vitale, om, suono cosmico, o semplicemente, musica: per improvvisarla bisogna studiarla, altrimenti stona. Quando entri spegni la voce che ripete: - Poco è niente! Mai è abbastanza! Mai abbastanza il lusso, gli onori, il denaro, i contatti, la giovinezza, la salute, la sicurezza, i comfort, il cibo, il divertimento, gli anni. Chiudi quell’agenda e riscopri la tua bellezza.
Nobiltà d’animo, generosità, forza e calma sono affioramenti spontanei nella mente di una persona che studia l’arte di distendersi e di estendere la coscienza. Tali virtù sono fiori: possiamo impararne i nomi per riconoscerli ma allo sbocciare ognuno ha una sua unica faccia. Trova il tempo di guardarla.

venerdì 13 novembre 2015

Addio, amata luna!

La comprensione che prende avvio dalla sensibilità, dalla ricettività invece che dall'intenzione semantica e dalla sua eccitata pulsionalità pone le condizioni per fare esperienza dell'intero. Esperienza vuol dire esperienza dell'intero e intero vuol dire ciò di cui si fa esperienza. In questo senso l'intero è concreto, implica cioè l'esperienza che, in quanto pratica, esclude il controllo. Infatti il fenomeno esperito è composto sia da ciò che di esso appare, sia da ciò che di esso si nasconde e tra i due estremi ricomprende infinite sfumature di apparizione. La completezza non è afferrabile in una logica dichiarativa e formale (Goedel). Nella logica dell'esperienza, invece, la completezza è un evento cui si è subordinati, un evento che afferra invece di essere afferrato. L'esperienza dell'intero, ovvero l'intero che fa, che decide dell'esperienza stessa, non è mai un intero tutto in luce perché è qualcosa in cui si sta dentro. L'intero è un interno. Ha lati oscuri, logiche oniriche. I punti sulla superficie della sua sfera sono i tasselli della coscienza. La coscienza è dunque un mosaico di logiche diverse, di diverse ragioni, di infiniti mondi possibili e le sue tessere sono di carne, non di vetro. Il suo è un tessuto di carne che fa presto a diventare macelleria di guerra. Basta illudersi di poter dominare l'intero, di poterne possedere quell'esperienza da cui, piuttosto, siamo posseduti. L'intero ci possiede all'improvviso, ci acciuffa come una sua preda. Per non sentirlo si rinuncia persino alla luna. Questa estetica da terza guerra mondiale trova insopportabile quel suo lato oscuro che amavamo tanto. Vorrebbe che la luna fosse uguale al sole. Ma anche il sole ha le sue macchie.

martedì 20 ottobre 2015

Anime dentate

Forse abbiamo anime dentate come ruote che altrimenti non ingranano con altre ruote ma girano a vuoto per millenni facendosi male.

venerdì 14 agosto 2015

Campo base

Ti ho guardato negli occhi senza vedere occhi, in faccia senza vedere una faccia
Non saprei descriverti ma non potrei non riconoscerti.
Non potrei evitare la ricaduta in quella certa presa del tuo sguardo
che usa la materia come lo scalatore fa col campo base 


mercoledì 29 luglio 2015

L'altro


L'idea del rapporto tra l'individuo e l'ambiente sembra presupporre una linea di confine oltre la quale mentre uno finisce l'altro comincia e viceversa. Tale relazione implicherebbe l’esistenza di un punto-zero da cui avrebbe inizio la differenziazione. Infatti l‘individuo è tale perché svolge di continuo azioni di diversificazione dall’ambiente atte a non dividerlo in sé, a tenerlo unito e uno, altro rispetto al contesto che, a sua volta, relativamente ad esso, rappresenta l’estraneo. Eppure, se uno assume una qualunque posizione riflessiva e cerca di ripiegarsi su di sé, ci riesce davvero? Se torno indietro trovo un qualche nucleo che oppone una resistenza sufficiente a fermarmi, a farmici sbattere contro? Lo trovo il non plus ultra che mi immia? A me pare che ogni torsione riflessiva, se davvero vuole compiersi e non limitarsi a fantasticarsi in atto, deve emanciparsi dal punto-zero, riconoscerne la natura idolatrica. L’estraneo, l’altro non è qualcuno rispetto al quale conquisto la mia medesimezza ed essa non è l’essenza individuale che muove lo spirito. Dentro di me, per esprimermi in violazione dell’idioma che irretendo i concetti può perderne qualcuno in mare aperto, dilaga il fuori, l’ambiente come una nebbia, a volte tossica, a volte deliziosa, a volte perfettamente neutra, matura per accogliere gli aspiranti alla conversione. La nebbia inghiotte ogni individuo che, come naufrago, inutilmente alza la mano oltre il pelo di una visibilità che ormai è solo delirio, deserto testimoniale. Dentro di me c’è solo il fuori. L’aria non manca e medica il mio petto asmatico con questa gita in barca dove soffia, espira ed alita fino alla prossima bonaccia. Allora senza ormeggi l’essere parmenideo ha la sua gloria e nel tempo di una sosta l’individuo dà fiato alla sua essenza come fosse l’inciensiere del tempio.

lunedì 8 giugno 2015

La capacità di coglimento empatico del vissuto altrui consente di capire che ciò che capita ad altri potrebbe capitare anche a sé. Tale capacità rende possibile accorgersi che la condizione per cui un vissuto capiti, perché l'io agisca e dunque sia (esse ut actus), è che si sia fatti in un certo modo, un modo che abbiamo in comune con i nostri consimili rispetto ai quali non possiamo non intuire questo certo modo di essere che abbiamo in comune. La necessità di intuire questo modo comune di essere è analoga alla necessità con cui non sembra possibile evitare di sentire dolore se ci si schiaccia un dito sotto un sasso. Empatizzare sembra quindi ineluttabile quanto sentire, anzi, più ineluttabile del sentire, la sua condizione di possibilità.
L'attività ricettiva diventa un vissuto nel momento in cui la regione vivente in cui essa si verifica vive tale attività. Potrebbe anche non viverla? La membrana cellulare potrebbe ricevere segnali che seppur non diventano un vissuto conscio non possono però non essere del tutto non vissuti. La carne nota la differenza e richiede quei segnali che pur non riconosce del tutto così come il corpo di un non vedente ha bisogno di stare alla luce.