Spunti di un dialogo favoloso attorno al libro Donne che corrono coi lupi (Pinkola Estés)
Capitolo 4: Il compagno: l'unione con l'altro
1. Quali sono i tratti che ti fanno riconoscere il tuo compagno come un tuo pari?
2. C'è una parte di te che non vuole che il tuo compagno sia un tuo pari?
3. La tua natura gemella può riuscire ad integrare la parte visibile con quella invisibile ma può anche tradirsi attraverso tale doppiezza. Ti vengono in mente situazioni della tua vita che esprimano un caso, l'altro o entrambi?
4. Leggiamo la storia a p. 122: l'unione fa la forza. Racconta in che caso tu senti che è vero.
5. La pretesa che una delle due gemelle della tua natura selvaggia non esista spesso resta nell'ombra della coscienza e subdolamente ci consegna al primo Barbablù di passaggio che vuole addomesticarci. In quali modi possiamo cercare di scorgerla in tempo?
6. All'interno di questo circuito favoloso di confidenzialità e discrezione assolute elenchiamo per iscritto quelle 5/10 parole che da sempre hanno avuto un qualche fascino per noi. Poi facciamo scorrere il nostro foglio di due posti. A turno ognuna leggerà all'amica il suo elenco dicendo: "Che tu, ..., sia benedetta in nome del...(i nomi elencati)!"
7. Breve raccoglimento.
8. Il nome canalizza quanto in noi c'è di fluido, è il maschile che stabilizza il femminile. Questa coppia mistica su cui si regge la nostra integrità personale non è però garantita una volta per tutte ma richiede quel "lavoro canino" che:
- muta l'arcigno in una persona sorridente
- reintegra l'istinto nella razionalità eccessiva
- sa seguire le tracce
- ama a lungo, con tutto il suo cuore
- perdona facilmente
- può correre a lungo
- può lottare e morire se necessario
- ha capacità medianiche di percezione profonda
Racconta qualche episodio in cui una di queste attitudini canine hanno risolto qualche brutta tensione.
9. Mantenere la concentrazione su questo lavoro psichico primario è più difficile che dargli inizio, come l'eccitazione sessuale: leggiamo a proposito le pp. 127-128. A quali esempi di durata del crescendo presi da qualsiasi ambito della vita e della conoscenza possiamo ispirarci?
10. Il nome trovato può essere perso attraverso la dimenticanza dovuta a una impercettibile distrazione progressiva. Spesso accade che il consolidamento della priorità debba passare attraverso un accidente esterno, attraverso un caso del tutto estraneo che, interrompendo bruscamente il nostro percorso, ce lo restituisca rinnovato di senso. Qualcuna vuole raccontare di essere passata per una esperienza di rottura simile?
11. Le distrazioni possono essere dominate ma attraverso tale controllo arrivano a farci scoppiare. Oppure, esse possono cessare di dominarci perché la concentrazione è diventata poco a poco più seducente della distrazione. Puoi attingere qualche esempio di questo delicato fenomeno dalla tua vita? Puoi raccontare di attaccamenti che sono svaniti proprio quando hai rinunciato a dominarli?
12. Il governo delle distrazioni è assicurato dal ricorso al giusto nome che, come abbiamo detto, non è quello che vieta qualcosa ma è quello che, chiamando ciò che vuole, lo fa confluire verso di sé. Eppure, non appena anteponiamo i successi alla gioia di farli succedere, all'eros della ricerca, torniamo ad essere le Barbablù di noi stesse. Se non è dunque il numero dei successi che misura la nostra fierezza, di quali gesti quotidiani si nutre la nostra dignità personale o stima di sé?
sabato 6 gennaio 2018
martedì 2 gennaio 2018
Fisica Quantistica - Il concetto di Risonanza - Emilio del Giudice
Trascrizione di parti della conferenza
Gli avvenimenti che avvengono nel mondo sono correlati tra di loro.
Paradigma quantistico: non esiste nessuna cosa al mondo che sia isolabile.
La distruzione è un fondamentale elemento di costruzione
Olismo statico del tempo antico e olismo dinamico
Il nuovo olismo emerge dall'atomismo, dalla possibilità di vedere le infinite unità che gli atomi possono formare proprio perché li conosciamo come oggetti separati
Nello schema galileiano-newtoniano la natura è concepita come un insieme di corpi in principio isolabili a patto di allontanarli indefinitamente e che interagiscono tra di loro soltanto dall'esterno attraverso l'uso della forza, cioè scambiandosi energia: un flusso di energia corrisponde alla applicazione di una forza. In questa concezione la materia è intrinsecamente passiva. Fa qualcosa solo se qualcuno gliela fa fare. Schema del terrorismo: si interviene sul divenire solo attraverso la circolazione dell'energia e l'uso della forza
In un mondo che potesse essere definito come un insieme di atomi interagenti attraverso le forze, nel limite della temperature che tende allo zero assoluto, che vuol dire che questi atomi non si muovono più, l'entropia diventa infinta
ENTROPIA: capacità di mutamento del corpo. una entropia infinita significa che la natura non diviene più. La natura diviene fissa come l'essere di Parmenide. Questo non è possibile.
L'affermazione che la natura fisica può essere descritta come un insieme di atomi legati da forze è falsa. C'è un nuovo oggetto non localizzabile che è il vuoto quantistico
Il vuoto è un oggetto suscettibile di oscillazione. E' un oggetto capace di interagire con tutti i corpi. Ogni corpo può essere isolato dagli altri corpi ma mai dal vuoto.
Nessuno oggetto fisico è in grado di non oscillare.
Se due particelle che sono in risonanza di fase tra loro perché sono state i frammenti di un'unica particella che si è separata e si sono allontanate allora se io faccio qualcosa su una delle due allora anche l'altra ne sente l'effetto. Questo viola il principio di causalità. La natura ammette la possibilità di comportamenti istantanei, sincronici. Il vuoto diventa l'archivio di tutte l'esperienze naturali che ci sono, ci sono state e ci saranno. Ogni cosa che avviene nell'universo corrisponde a qualche fluttuazioni che va a riempire una riserva non in senso spaziale. In tale riserva chiunque può attingere e mettersi in relazione con chiunque altro. Può anche non farlo, naturalmente. Si tratta della possibilità di entrare in una risonanza di fase. Qui c'è un importante principio di indeterminazione. Non c'è indeterminazione solo tra posizione e impulso o tra energia e tempo ma anche tra il numero di componenti di un sistema e la loro fase nel senso che l'incertezza sul numero dei componenti del sistema moltiplicata l'incertezza sulla fase, cioè l'incertezza sul ritmo dell'oscillazione non può essere più piccola della costante di Planck. Ciò vuol dire che se voglio realizzare una musica perfetta, cioè l'incertezza della fase deve essere zero, l'incertezza sul numero dei componenti deve diventare infinita. Se il numero dei componenti è finito, è definito, l'incertezza della fase non può essere più piccola del numero dell'inverso del numero dei componenti. Siccome la felicità corrisponde nell'oscillazione, cioè nell'abbandonarsi a un ritmo. Schelling diceva che l'esperienza artistica è la risonanza di un soggetto con un oggetto e quindi per risuonare io devo avere una fase ben definita vuol dire che l'unica vera felicità è quando il numero dei partecipanti diventa infinito. Se no ci dobbiamo accontentare di una felicità relativa. Ciò fa capire che l'essere vivente che è un essere centrato sulla fase ha questa passione espansiva, perché tende a connettersi col maggior numero possibile di esseri in natura, da dove viene la curiosità, la conoscenza, perché lui deve entrare in risonanza col maggior numero di persone, questa è la condizione per la sua salute.
Quand'è che uno sta con il piede nella fossa e con l'altro a mezz'aria? Quando comincia a dire: "Io non mi riconosco più in questo mondo!" allora vuol dire che non risuona più con nessuno e può prenotare i servizi di una agenzia di pompe funebri.
Gli esseri viventi sono fatti principalmente di acqua. Per la chimica non conta il peso ma il numero di molecole che è il 99% del totale. L’acqua ha una caratteristica particolare: quando le molecole dell’acqua diventano coerenti l’oscillazione che fa una molecola d’acqua arriva fino al livello in cui un elettrone diventa libero. Questo vuol dire che nel dominio di coerenza dell’acqua si crea un insieme di elettroni pressoché liberi i quali possono essere messi a loro volta in oscillazione. Quindi posso creare una gerarchia di livelli di coerenza. Tante molecole che diventano un dominio di coerenza, tanti domini di coerenza che diventano coerenti tra di loro e così via finché arrivo all’ippopotamo, agli ecosistemi…un essere vivente funziona bene quando questa gerarchia funziona bene, nel senso che l’energia che io do a un certo livello va ad alimentare tutti i livelli di coerenza. Va in verticale in senso logico, cioè connette i diversi livelli di coerenza. Orizzontale significa invece che rimane su uno stesso livello di coerenza. Per partirere dal basso, siccome i primi domini di coerenza hanno un’energia infinitesima allora io devo dare un energia infinitesima. Se a un essere vivente io dò un’energia grande vuol dire che alimento solo i livelli intermedi di coerenza. Supponete che eccito energeticamente il sistema muscolare, la persona farà girare l’energia a livello dei muscoli ma nulla di questo si ripercuoterà a livello delle molecole. Per cui girando i muscoli le sensazioni di rabbia sarenno eliminate ma il cancro gli viene lo stesso. Bisogna passare da una dimensione orizzontale a una verticale…cioè al principio del minimo stimolo (Eva Reich) …se dò un piccolissimo ammontare di energia i domini di coerenza in basso lo accumulano, cominciano ad oscillare, fanno oscillare quelli superiori. Se questo minimo stimolo dura per un po’ di tempo io ho che una grande energia caotica viene sommata e produce una grande energia coerente. Il principio del minimo stimolo contrasta potentemente con l’ideologia della nostra epoca perché l’ideologia della nostra epoca è che uno si vuole sentire forte, potente e che impressione di potenza si ha quando sente l’energia che gli passa per i muscoli; però questa energia non rende più coerente l’organismo, non si ripercuote in un miglior funzionamento dell’organismo che richiede invece di attivare la dimensione verticale. Il principio del minimo sforzo che contraddice l’idea che per ottenere un grande effetto ci vuole una grande causa, invece posso produrre un grandissimo effetto con una piccolissima causa, venne capito a metà Ottocento da due grandi fisiologi tedeschi Weber e Fechner: la risposta di un organismo a uno stimolo non è proporzionale allo stimolo ma al logaritmo dello stimolo, il logaritmo di 10 è 1, il logaritmo di 100 è 2 … il logaritmo di 1 è 0, di 0,1 è -1, di 0,01 è -2 … più piccolo lo stimolo più grande la risposta ma con il segno meno davanti che significa che non né una risposta out-bound ma in-bound cioè l’organismo risponde trasformando se stesso, è una gigantesca risposta all’interno. Per avere una grande risposta trasformativa bisogna applicare gli stimoli più piccoli.
Trascrizione completa copiata da Littleflower
https://gradientitemporali.wordpress.com/2015/02/08/il-concetto-di-risonanza-secondo-il-prof-emilio-del-giudice/
Solo una minoranza di fisici ha la percezione reale del campo di applicazione degli studi sulla risonanza ed in generale della fisica quantistica. Gli esperti spesso non colgono, essendo attenti allo specifico, la portata reale di queste scoperte. Più spesso l’importanza della portata della scoperta, viene colta da chi non è del mestiere ed ha la mente più aperta e libera da aspettative e concetti preconfezionati provenienti da anni ed anni di studi.
Da un punto di vista tecnico cos’è il paradigma quantistico?
NON ESISTE NESSUN OGGETTO AL MONDO CHE SIA ISOLABILE = PARADIGMA QUANTISTICO
Cogliamo un punto fondamentale: gli eventi del mondo sono tutti collegati tra di loro, non sono indipendenti tra loro. Non è casuale che nello stesso periodo, nella società avvengano cambiamenti importanti così come in altri settori. Esiste una risonanza negli esseri umani tali per cui gli occhi si aprono tutti insieme anche su campi differenti. All’epoca, arte astratta, musica dodecafonica, rivoluzione d’ottobre (politica e società), Freud e Jung nella psicologia.
Cerchiamo di comprendere cosa c’è dietro il paradigma classico… facendo un esempio.
Dò ad un bambino intelligente un giocattolo, ed all’inizio ci gioca e si diverte, in questo senso è approccio olistico , ma olismo statico.
(ndr olistico dervia dal greco όλος, cioè “la totalità” ed è una posizione teorico-metodologica basata sull’idea chle le proprietà di un sistema non possono essere spiegate esclusivamente tramite le sue componenti. Dal punto di vista “olistico”, la sommatoria funzionale delle parti è sempre maggiore/differente della somma delle prestazioni delle parti prese singolarmente. Un tipico esempio di struttura olistica è l’organismo biologico: un essere vivente, in quanto tale, va considerato sempre come un’unità-totalità non esprimibile con l’insieme delle parti che lo costituiscono.)
A questo punto può avere un’alzata d’ingegno: lo rompe per vedere com’è fatto. E’ un’azione distruttiva – per chi è legato alla fruizione, – è stato un regresso. Un giocattolo è scomposto in pezzi, tanti pezzi inutilizzabili. Sì, lo ha distrutto: ma il bambino ora sa com’è fatto dentro. Ora – terza fase – bisogna rimontarlo oppure meglio, costruirne uno migliore.
Passare attraverso il tunnel della distruzione per arrivare ad un miglioramento, ad un livello più alto:Il paradigma galileiano/newtoniano in un certo senso ha avuto una grande rilevanza, e funzione storica. Noi che siamo figli dell’atomismo, ora lo stiamo superando, in nome dell’olismo, ma senza di esso non saremmo arrivati ad oggi. Il nuovo olismo emerge dalla possibilità che noi abbiamo di vedere le infinite unità, possibilità che gli atomi ci consentono di formare proprio perché li conosciamo come oggetti separati.
dall’olismo statico del tempo antico, all’olismo dinamico e variabile del tempo attuale, libero da preconcetti e da condizioni prestabilite che speriamo il futuro ci riservi.
Molte civiltà (ad esempio, cinesi, con lo yin e lo yang) hanno visto da sempre questo mondo in continuo divenire e trasformazione.
La distruzione è un fondamentale elemento di costruzione
Un flusso di energia corrisponde all’applicazione di una forza.
Secondo questo schema, la MATERIA è INTRINSECAMENTE PASSIVA: fa qualcosa solo quando qualcuno gliela fa fare. Milton ha giustamente osservato il ruolo di questo paradigma nelle scienze sociali: di fronte a qualunque evento sociale si ha la ricerca di colpevoli. Lo schema dell’antiterrorismo, antifondamentalismo ad esempio. Si interviene sul “sistema in divenire” solo con il blocco della circolazione di energia e l’uso della forza.
Anche gli esperimenti che devono essere riproducibili, è cosa IRREALE.
Nessun evento umano è riproducibile esattamente due volte. Non si tornerà mai alla stessa condizione. Ogni volta il risultato sarà differente.
In fisica siamo abituati ad avere ripetibilità perché si prendono in considerazione dei corpi isolati. La natura è fatta di corpi isolati, quindi considerando dei corpi isolati con tutto quello che ci sta all’interno senza che questi subiscano variazioni dovremmo riuscire a rendere i calcoli molto semplici e riportare tutto a livello matematico.
Il postulato della fisica classica si basa proprio sul concetto che tutto è matematico, schematizzabile, fisso e costante, ma profondamente non aderente alla realtà oggetto di studio.
Circa 10 anni fa questo postulato viene infranto. Il paradigma classico crolla non solo perché è in contrasto con i fatti sperimentali ma anche perché è logicamente in contraddizione al suo interno. Questo avviene quando la meccanica classica e la termodinamica classica entrano in contraddizione tra di loro. In un mondo in cui gli oggetti fossero separabili ossia in un mondo che potesse essere definito come una collezione di atomi interagenti attraverso le forze, secondo le leggi della fisica classica, nel limite della temperatura tendente verso lo zero avremo che gli atomi tendono a fermarsi completamente, e l’entropia (dal ἐν en, “dentro”, e τροπή tropé, “trasformazione” ossia la capacità di mutamento del corpo, misura il disordine presente) diventa infinita . Entropia infinita significa che la natura non diviene più, ossia che la natura diviene uguale all’essere di Parmenide, un qualche cosa di fisso che non si muoverà più per l’eternità. Questo si deduce rigorosamente dalla matematica, e la contraddizione è stata l’origine della crisi. Dato che questo non è possibile.
Quindi l’affermazione che la natura fisica può essere considerata come un insieme di atomi legati da forze è falsa. Ci deve essere qualche cosa altro. C’è un nuovo oggetto non localizzabile che si è convenuto chiamare “vuoto quantistico”. Ma se è vuoto non dovrebbe esistere ? Beh anche la parola atomo è originata dal concetto di indivisibile, quindi quando si parla dei componenti dell’atomo siamo in contraddizione di termini. Il vuoto è qualcosa. Non è il nulla. E’ un oggetto suscettibile di oscillazione. E non coincide con lo spazio vuoto perché è una struttura anteriore logicamente allo spazio tempo. Non può essere fatta coincidere con il vecchio concetto di etere. Perché questo era una specie di strato di materia, una sorta di oceano dove i corpi galleggiavano. Il vuoto è una struttura da cui poi emergerà lo spazio tempo. E’ uno oggetto che astrattamente capace di interagire con i vari oggetti. Quindi nella concezione quantistica nessun corpo è mai isolabile, perché si può isolare solo dagli altri oggetti, ma non si può isolare dal vuoto. Si può usare una metafora (sbagliata), immaginiamo che ci siano come delle barche nel mare e il mare sia come il vuoto. Possiamo sapere tutto dei componenti della barca e del suo equipaggio. Questo ci permette di fare delle previsioni sul comportamento della barca, per esempio su quanto tempo ci impiegherà a raggiungere un’altra barca e sulle sue prestazioni. Potremmo però accorgerci ad un certo punto che la barca comincia ad oscillare, una cosa che non avevamo previsto. La barca oscilla a causa delle vibrazioni del mare. Questa cosa influisce nel comportamento della barca anche se questa era presa come oggetto isolato, perché la presenza del mare che non avevamo considerato ha comunque influenza nel comportamento della barca. Quindi anche considerando la barca come elemento isolato, per poter prevedere il suo comportamento devo necessariamente considerare anche il fattore mare .
Quindi in questo senso il vuoto è un oggetto fisico anche se non è spaziale. Grazie all’interazione degli oggetti con il vuoto il corpo acquista una sua fluttuabilità intrinseca cioè oscilla. Si può dire che non è vero che la natura ha l’orrore del vuoto. La natura ha invece bisogno del vuoto per evitare l’entropia si può dire che la natura ha paura della quiete. Essa non può stare ferma. Nessun oggetto fisico al mondo, incluso il vuoto medesimo è libero di non oscillare. Questo apre delle grandi possibilità. Possiamo quindi avere vari oggetti che oscillano in fase tra di loro oppure possono esercitare delle forze tra di loro e interrompere così l’oscillazione in fase. Possiamo avere quindi forze esterne, ma possiamo avere anche un moto da dentro all’oggetto, una forza interna collegata alla fase e alla risonanza.
Mentre il mondo della forza richiede lo spazio tempo. Il mondo della fase è al di fuori dello spazio tempo. Una relazione di fase si può propagare a velocità infinita. Una relazione di fase può connettere tra di loro oggetti distanti nello spazio e nel tempo. Un rapporto di risonanza potrebbe per esempio essere un rapporto telepatico. Se io sono in rapporto telepatico con una persona anche distante migliaia di anni luce, la trasmissione della risonanza (ossia del pensiero) avverrebbe istantaneamente. Questo viola il principio di causalità. Il principio di causalità non si applica alla fase si applica solo alla forza. La forza l’energia e la materia seguono il principio di causalità. Quindi non si può avere un effetto prima che l ‘agente causale sia presente. Ma si può avere un rapporto risonante con qualcosa che avvenga in qualsiasi punto dello spazio tempo, quindi anche del passato o lontanissimo nello spazio. Queste sono le meraviglie del paradigma quantistico.
Einstein che fu il primo a ben capire le conseguenze delle leggi della fisica quantistica e a spaventarsi per le sue implicazioni. Einstein capisce queste implicazioni nel paradosso di Einstein Podolski e Rosen dove disse che se le leggi della fisica quantistica sono vere, se ne deduce che due particelle in risonanza di fase fra di loro perché sono frammenti di un’unica particella che si è separata e i due frammenti si sono allontanati, allora, facendo qualcosa su una delle due istantaneamente l’altra particella sentirà (una particella sente?) lo stesso effetto, e quindi si violerà il principio di causalità e secondo il pensiero del tempo questo non era possibile. Da ciò Einstein dedusse che la fisica quantistica non poteva essere vera.
Simultaneamente ad Einstein anche il grande psicologo Carl Gustav Jung , apprese di questa possibilità grazie alla sua amicizia con il Fisico Pauli, ma anziché esserne spaventato ne fu entusiasta. Perché la natura ammette la possibilità di comportamenti istantanei sincronici. Questo concetto permetteva di spiegare molte cose a livello psicologico, per esempio il comportamento dell’inconscio collettivo. In questo senso che cosa diventa il vuoto? Esso diventa l’archivio di tutte le esperienze naturale che ci sono state che ci sono e che ci saranno (ndr una specie di biblioteca akasica). Ogni cosa che avviene nell’universo corrisponde a una qualche fluttuazione che va a riempire una specie di ripostiglio a cui qualcuno può attingere. Chiunque se vuole si può mettere in relazione con chiunque altro. Da qui l’importanza dell’esperimento che Pierobon ci ha suggerito cioè entrare in una risonanza di fase. Qui c’è un interessante principio di indeterminazione che è utile da apprendere. Non vi è solo indeterminazione tra posizione e impulso o tra energia e tempo. Ma c’è e anche un principio di indeterminazione meno noto tra il numero di componenti di un sistema e la loro fase. Nel senso che l’incertezza tra il numero dei componenti di un sistema, moltiplicato per l’incertezza sulla fase (ossia l’incertezza sul ritmo dell’oscillazione), non può essere più piccola della costante di Plank. Cioè se io voglio realizzare una musica perfetta, devo avere la certezza sulla fase ( ossia l’incertezza deve essere zero), allora l’incertezza sul numero dei componenti deve essere infinita (quindi infinito numero di partecipanti). Mentre se il numero di componenti è finito allora l’incertezza della fase non può essere più piccola dell’inverso del numero dei componenti.
Facciamo un esempio se consideriamo la felicità come l’abbandonarsi ad un ritmo o ad un oscillazione, se ricerchiamo la felicità assoluta dobbiamo risuonare ad un ritmo ben definito (incertezza zero), quindi per avere l’unica vera felicità dovremo avere un numero di partecipanti infinito. Altrimenti si tratterà sempre di una “felicità relativa”.
Questo fa capire perché l’essere vivente che è un organismo centrato sulla fase ha questa passione espansiva, perché tende a connettersi con il maggior numero possibile di esseri in natura. Da dove viene il suo interesse per la conoscenza e la curiosità, perché questo è necessario per il suo benessere .
Succede quindi che gli esseri viventi risuonino nei loro intenti e pulsioni. Questo spiega come mai in certi luoghi in certi periodi troviamo la presenza di persone che hanno simili caratteristiche. Succede per esempio che nel 400 a Firenze troviamo la presenza di tutta una serie di personalità di spicco per capacità artistiche e intellettuali. Se dovessimo prendere in considerazione la probabilità queste cose non dovrebbero succedere. A Firenze si era invece creato un ambiente risonante per cui le persone che vi risiedevano risuonavano di questo fervore intellettivo. Il genio è una persona che ha la fortuna di risuonare con molte persone. Il genio è uno che è in grado di esprimere le passioni i sentimenti e i sogni di un grandissimo numero di persone. Lenin nell’ “estremismo” dice “le migliori avanguardie i migliori partiti raccolgono i sogni e le aspirazioni di migliaia di persone. Ma le rivoluzioni accadono quando questi sogni entrano in risonanza con i sogni le aspirazioni e le passioni di milioni e milioni di persone”.
Questo spiega la potenzialità enorme che sta dietro a questo concetto.
Nei paradigmi che Millton Bennet definiva Einsteiniani Newtoniani c’è che gli oggetti sono definiti all’equilibrio, sono definiti ed esistono in quanto tali. Ma se un oggetto si muove ed oscilla non si possono definire.
In questo senso possiamo pensare di dare definizioni solo di oggetti statici. Per oggetti che si muovono si può solo dare una descrizione di come e dove il sistema si sta evolvendo. Questo sistema può rimanere identico a se stesso per un ò di tempo oppure si evolve? In questo caso possiamo studiare le leggi di evoluzione.
La caratteristica dell’essere vivente è l’alto movimento. L’essere vivente si può muovere anche se nessuna forza è applicata ad esso. L’essere vivente è attivo e la sua ragione di movimento viene dal suo interno. Un essere vivente è in grado di gestire le sue capacità e la sua energia nel modo che ritiene più opportuno.
L’essere vivente non segue solo la legge della causalità, perché esso accumula energia potenziale, che non ha una sua finalità definita. Sarà la volontà dell’essere che metterà la finalità e gestirà tale energia causando azioni a priori non prevedibili. Questo è un problema per la fisica che ama le cose prevedibili.
Grazie al fatto che gli oggetti quantistici fluttuano possono esistere dei regimi in cui le oscillazioni di molti componenti si mettono in fase (si muovono a ritmo come dei danzatori), questo fenomeno nel mondo della fisica si chiama coerenza.
Un bell’esperimento è quello di fare delle prove con dei metronomi. Se si mettono dei metronomi su una superficie rigida e si fanno partire in tempi diversi questi manterranno il loro tempo di partenza e rimarranno sfasati nel tempo. Ma se i metronomi vengono appoggiati su una superficie oscillante, anche se vengono fatti partire in tempi diversi riusciranno in brevissimo tempo a mettersi in fase.
(C’è quindi un continuo tentativo di ricreare la coerenza tra elementi vibranti di qualsiasi tipo.)
Si può dimostrare come teorema generale che la capacità di andare a ritmo dipende dal numero dei partecipanti. Se il numero dei partecipanti è sufficientemente alto, dopo un po’ le molecole saranno in grado di risuonare tutte insieme. Siccome le molecole sono fatte di particelle cariche, l’oscillazione di particelle cariche crea un campo elettromagnetico di forma ben definita, cioè un suono puro, non un rumore. Come in un canto tutti vanno a ritmo e nessuno e stonato. In questo caso si crea un dominio di coerenza che ha una taglia che è la lunghezza d’onda dell’oscillazione responsabile del mettersi insieme.
Spontaneamente emergono le taglie in natura. Ogni organo ha +/- 10% una taglia ben definita che è frutta della coerenza. Qual è l’elemento biologico che non ha una taglia definita? Il tumore. Che cresce indefinitamente e non ubbidisce a nessuna legge. Questo perché nel tumore non c’è coerenza. In un tumore gli oggetti non risuonano tra di loro. Il cancro è una malattia in cui le molecole perdono per qualche ragione da stabilire la loro coerenza.
Glie esseri viventi sono fatti principalmente di acqua. il 99% delle molecole che ci compongono sono di acqua ma siccome il peso specifico è più basso delle altre molecole, l’acqua corrisponde solo al 70% del peso corporeo.
La ragione della prevalenza di acqua nel nostro corpo è data dalla sua caratteristica che quando le molecole d’acqua diventano coerenti, l’oscillazione che fa una molecola d’acqua arriva fino al livello in cui un elettrone diventa libero. Nel dominio di coerenza dell’acqua si crea un insieme di elettroni pressoché liberi che possono essere messi a loro volta messi in oscillazioni. Si può creare una gerarchia di livelli di coerenza. Abbiamo tante molecole che diventano un dominio di coerenza, tanti domini di coerenza che diventano coerenti tra di loro, e così via sempre a livelli superiori creando una gerarchia di livelli di coerenza. In questo si sistema si possono costruire sistemi sempre più complessi ed esseri viventi sempre più grandi.
Un essere vivente funziona bene quando la gerarchia funziona bene e cioè quando si da energia ad un certo livello riesce ad alimentare a cascata (in modo verticale) tutti i livelli di coerenza, fino ad alimentare i primi domini che richiedono un’energia infinitesima.
Mentre un sistema di alimentazione orizzontale si limita a fornire energia ad un solo livello specifico di dominio di coerenza (e non ai livelli inferiori) .
A questo proposito Reich abbandonò la vegetoterapia (che funzionava a livello orizzontale) per passare all’orgone, perché quando scoprì l’orgone egli capì che non era una forma localizzata o localizzabile di energia, ma era la partecipazione all’oscillazione dell’intero universo. Pensate al concetto di super imposizione cosmica.
Sua figlia è andata oltre quando ha enunciato il principio di minimo stimolo. Significa che se io do un piccolissimo ammontare di energia (partendo dal basso) questi domini di coerenza lo accumulano e cominciano ad oscillare dal basso e fanno oscillare quelli superiori. Se questo minimo stimolo perdura per un pò di tempo abbiamo il risultato che una grande energia caotica si somma per produrre una grande energia coerente. Come fare un milione di euro in monetine da un centesimo. Il principio del minimo stimolo porta ad un grande stimolo di coerenza che porta ad un migliore funzionamento dell’organismo.
Il principio del minimo stimolo contraddice tutta la sapienza comune che vuole che per ottenere un grande effetto ci voglia una grande causa mentre invece per ottenere un grande effetto basta una piccola causa, venne capito a metà dell’800 da due grandi fisiologi tedeschi: Weber e Fechner .
In particolare Fechner fece un trattato di psicofisiologia che metteva in relazione i fatti fisiologici con i fatti psichici. Essi sostenevano che la risposta (ossia la percezione) di uno stimolo da parte di un organismo non è proporzionale allo stimolo ma è proporzionale al logaritmo dello stimolo stesso. L’organismo risponde trasformando se stesso.
Ricordagli di vivere!
E ancora mi drogo di silenzio. Mastico l’acqua corrente del sentire
che scende.
Attingo. Affondo.
Tolgo blocchi di successioni dolorose
Dalla grande muraglia opposta all'avanzata ciclopica della coscienza
Sollevo singoli mattoni - ho fiducia di incorrere nel pezzo decisivo
Spero nell'effetto domino. Ma non ho troppa fretta.
Attingo. Affondo.
Tolgo blocchi di successioni dolorose
Dalla grande muraglia opposta all'avanzata ciclopica della coscienza
Sollevo singoli mattoni - ho fiducia di incorrere nel pezzo decisivo
Spero nell'effetto domino. Ma non ho troppa fretta.
Troppe volte il vento è passato e non siamo riusciti a spiegare, a sguainare le vele in tempo.
Mi chiami?
Mi ami?
No, sta fermo. E' troppo presto. E' troppo tardi.
Mi ami?
No, sta fermo. E' troppo presto. E' troppo tardi.
Bevo aridamente le scaglie di smalto sfogliate dalla pietra che avevo provato a macinare coi denti ma che i denti mi ha macinato.
Il male. Non riesci a distrarti un attimo mentre le sue spire ti soffocano l'anima.
Il bene ti droga l'attenzione di avidità e subito perdi i sensi.
Ma così la storia non cambia.
Studia il bene, migliora lo studio, estendilo e mangia senza appetito il pasto insipido del male.
Insieme studiamo, soli soffriamo.
L'avaro soffre.
Dilaniato da una memoria che non tiene.
Impercettibilmente, si svita dal consimile.
D'un tratto, poi lo oblia.
Sente un male insopportabile.
Perché di sopportazione è avido.
Perché l'altro pesa troppo poco su di lui, sulle sue membra. Non lo rimembra.
La voracità appesantita dal dolore gli ottunde la percezione.
Una landa sconfinata la soglia dell'io sofferente. Invalicabile.
Il fiore avvolto dalla piuma dell'ombra di una nuvola passante ne rileva il peso e intensifica i suoi colori per riconoscenza.
Ma l'essere umano che soffre non ne è capace. Ricordagli di vivere!
Il male. Non riesci a distrarti un attimo mentre le sue spire ti soffocano l'anima.
Il bene ti droga l'attenzione di avidità e subito perdi i sensi.
Ma così la storia non cambia.
Studia il bene, migliora lo studio, estendilo e mangia senza appetito il pasto insipido del male.
Insieme studiamo, soli soffriamo.
L'avaro soffre.
Dilaniato da una memoria che non tiene.
Impercettibilmente, si svita dal consimile.
D'un tratto, poi lo oblia.
Sente un male insopportabile.
Perché di sopportazione è avido.
Perché l'altro pesa troppo poco su di lui, sulle sue membra. Non lo rimembra.
La voracità appesantita dal dolore gli ottunde la percezione.
Una landa sconfinata la soglia dell'io sofferente. Invalicabile.
Il fiore avvolto dalla piuma dell'ombra di una nuvola passante ne rileva il peso e intensifica i suoi colori per riconoscenza.
Ma l'essere umano che soffre non ne è capace. Ricordagli di vivere!
lunedì 25 dicembre 2017
Fidarsi
Mi fido di te perché la tua intelligenza è più grande delle minute intellezioni dalla cui caverna non hai il coraggio di uscire.
Mi fido di te perché la tua paura è più intelligente del tuo desiderio di potere.
Non importa se questo appetito è quasi nausea, se è la solita vecchia proiezione che definisce le tue giornate. Nelle sue scene ci rientri ormai per abitudine - l'abitudine di evitare il potere del desiderio.
Di evitare la stabilità instabile che rende il passo celere e grazioso.
Di evitare, non tanto le cadute, quanto quel loro insopportabile verbale dai cui commenti ancora non ti sei separato.
Mi fido di te perché hai paura.
La paura fa barattare il nome per la cosa, scambia la volontà per la potenza. Ma la paura non si baratta. Si impone. Ti spoglia e ti ritrovi affacciato a me ad occhi nudi.
Finalmente nell'aria si levano profumi reali. L'essere in funzione copre l'odore da laboratorio dell'essere in ricognizione.
Allora, per sbaglio, in un istante ti fidi di me. E in quell'abbaglio io mi fido di te.
Dalle fessure della notte filtra la luce della indecisione: voglio perché posso o posso perché voglio? velleità o verità? consumismo o vita? forza o risonanza?
Ed è allora che dici bene: non mi chiedi se sono certa ma se sono tranquilla.
Non serve decidere ma percepire almeno un po' quella interdipendenza simultanea che esige una fisicità quantica capace di dirigere gli opposti tenendoli insieme separatamente.
I contrari aggrediscono l'anima che formalizza, perché il massimo della definizione non pertiene alla materia ma alla sua formula.
I contrari curano l'anima che materializza, perché il massimo della intensità non pertiene alla forma ma alla sua specificazione.
Tuttavia è nell'abisso del mare che l'anima è più sicura: al di sotto della superficie delle acque scossa dalle opposte correnti o incantata dalla bonaccia che ne fa uno specchio di Narciso, solo lì sotto l'anima è tranquilla.
Può risuonare se c'è un richiamo oppure sparire dalle frequenze più trafficate e passeggiare lentamente ad alta quota.
Mi fido di te perché la tua paura è più intelligente del tuo desiderio di potere.
Non importa se questo appetito è quasi nausea, se è la solita vecchia proiezione che definisce le tue giornate. Nelle sue scene ci rientri ormai per abitudine - l'abitudine di evitare il potere del desiderio.
Di evitare la stabilità instabile che rende il passo celere e grazioso.
Di evitare, non tanto le cadute, quanto quel loro insopportabile verbale dai cui commenti ancora non ti sei separato.
Mi fido di te perché hai paura.
La paura fa barattare il nome per la cosa, scambia la volontà per la potenza. Ma la paura non si baratta. Si impone. Ti spoglia e ti ritrovi affacciato a me ad occhi nudi.
Finalmente nell'aria si levano profumi reali. L'essere in funzione copre l'odore da laboratorio dell'essere in ricognizione.
Allora, per sbaglio, in un istante ti fidi di me. E in quell'abbaglio io mi fido di te.
Dalle fessure della notte filtra la luce della indecisione: voglio perché posso o posso perché voglio? velleità o verità? consumismo o vita? forza o risonanza?
Ed è allora che dici bene: non mi chiedi se sono certa ma se sono tranquilla.
Non serve decidere ma percepire almeno un po' quella interdipendenza simultanea che esige una fisicità quantica capace di dirigere gli opposti tenendoli insieme separatamente.
I contrari aggrediscono l'anima che formalizza, perché il massimo della definizione non pertiene alla materia ma alla sua formula.
I contrari curano l'anima che materializza, perché il massimo della intensità non pertiene alla forma ma alla sua specificazione.
Tuttavia è nell'abisso del mare che l'anima è più sicura: al di sotto della superficie delle acque scossa dalle opposte correnti o incantata dalla bonaccia che ne fa uno specchio di Narciso, solo lì sotto l'anima è tranquilla.
Può risuonare se c'è un richiamo oppure sparire dalle frequenze più trafficate e passeggiare lentamente ad alta quota.
giovedì 30 novembre 2017
Etica Globale (compendio per gli amici)
Etica Globale nella Pratica Filosofica
Compendio da Michael Noah Weiss, The Socratic Handbook, 2015, pp. 411-18
La Pratica Filosofica è una professione sulla scia
della maieutica socratica. Essa porta il filosofare attraverso
il dialogo dentro le attività
quotidiane sia private che sociali, come affari, educazione,
politica ecc.
La filosofia, in quanto universale umano storicamente
rintracciabile in tutte le culture, è ricerca della verità, generazione di
saggezza, messa in questione di dogmi, interrogazione della realtà,
trascendimento del dato immediato, nascita di idee, sviluppo della
conoscenza.
Il dialogo è un processo comunicativo con finalità aperte e senza scopi specifici; si
può paragonare a un viaggio di almeno due persone alla scoperta di nuovi reami
all’interno dei paesaggi della mente. Indispensabile al dialogo è un
atteggiamento etico di comunanza. Ai partecipanti non
sono richieste particolari conoscenze, esperienze o abilità.
Punto 1: Il principio di umanità
-
Ogni essere umano ha la capacità di filosofare, cioè di riflettere, di mettere in questione, di pensare in modo
critico, di trascendere il dato per scoprire nuove idee e punti di vista
-
Essendo
unico, ogni essere umano ha un modo
unico di pensare, di sentire, di
avere credenze che gli consente di filosofare, di apprezzare l’unicità e
l’interezza del suo essere, di affermare la sua dignità
-
In
ottemperanza al principio di umanità il partecipante di una pratica
filosofica non è mai un cliente, come in altre professioni, ma unicamente un essere umano in quanto tale
-
Per dare
vita e salvaguardia a quegli aspetti che ci rendono umani bisogna accantonare ogni idea preconcetta di umanità
Punto 2: Etica della reciprocità
-
L’etica
della reciprocità è anche detta Regola d’Oro. Essa recita: “Non fare all’ altro ciò che non vorresti fosse fatto
a te” ovvero “Fai all’altro ciò
che vorresti fosse fatto a te”
- Ascoltando l’ingiunzione delfica:“Conosci te stesso!” è possibile sapere davvero, attraverso una riflessione corretta, cosa voglio e cosa non voglio (ordine del cuore)
- Ascoltando l’ingiunzione delfica:“Conosci te stesso!” è possibile sapere davvero, attraverso una riflessione corretta, cosa voglio e cosa non voglio (ordine del cuore)
-
Ogni
essere umano tende a una vita buona relativamente all’idea personale che, attraverso la riflessione, riesce a
farsi di valori esistenziali quali l’indipendenza economica, la salute,
la famiglia, il partner, gli amici ecc.
-
Questi
valori esistenziali volti al conseguimento del proprio benessere possono
scontrarsi con i valori etici se causano malessere negli altri (egoismo).
Bisogna allora riflettere sull’etica della reciprocità e individuare quei valori esistenziali che,
essendo buoni sia per sé sia per gli altri, sono anche valori etici
-
Dunque riflettere è il pre-requisito di ogni etica della reciprocità
-
Prendere sul serio, non ridicolizzare, non
trascurare, non attaccare le opinioni, i sentimenti, le idee che sono
espressi nel dialogo
-
Non usare
la conoscenza come potere sull’altro per subordinarlo, manipolarlo, svilirlo, opprimerlo, escluderlo ecc.
-
Aver riguardo per il benessere, l’integrità, la dignità, l’autonomia del partner di dialogo
-
Assumersi
la responsabilità della vita analizzando bene cosa richiedano le
circostanze, gli altri e se stessi. Per non disperdersi rispetto a ciò che è essenziale
può essere utile prendere in considerazione interrogativi quali: Chi sono? La
vita ha un senso superiore? Da dove vengo? Dove vado? Come mi relaziono agli
altri? Cosa significa per me una vita buona? Cosa la rende degna di essere
vissuta?
-
Aiutare
gli altri ad esprimersi affinché siano all’altezza dell’unicità delle proprie potenzialità
mentali, emotive e spirituali
-
Obbligo
alla confidenzialità e riservatezza salve in
caso di minaccia alla vita
Punto 4: Solidarietà e lealtà
-
Il dialogo
è una Comunità di Ricerca che si basa sulla condivisione solidale e sulla equità in senso etico, non sulla
uguaglianza delle competenze
-
Un dialogo
è leale se non
offende nessuno, se non
degrada i partecipanti sul piano di una mera opinione e lascia a tutti uguale spazio di espressione
Punto 5: Franchezza e tolleranza
-
La
franchezza rende il dialogo autentico e l’autenticità crea
fiducia; la fiducia e uno spazio sicuro consentono ai partecipanti di aprirsi, di esprimersi liberamente, di scoprire i propri pensieri, sentimenti e
convinzioni più vere
-
La
franchezza è essere veri con se
stessi
-
Franchezza
è anche stare dentro i limiti delle competenze e demandare ai rispettivi
esperti le questioni che esorbitano dalla portata di un dialogo filosofico
-
Il dialogo
presuppone la tolleranza che permette di abbracciare una medesima
questione da prospettive diverse
Punto 6: Stima reciproca e alleanza
-
Stima reciproca e alleanza sorreggono lo studio in comune che avviene nel dialogo; diversamente da
un colloquio terapeutico, nella pratica filosofica non c’è gerarchia di
conoscenze
-
Stima
reciproca e alleanza sono i pre-requisiti essenziali del dialogo perché i
partecipanti fanno affidamento sulle opinioni e prospettive dei loro partner
per il risveglio della
consapevolezza personale ed etica
-
La stima di
sé come dignità personale e non come autostima egoistica risiede nella
stima reciproca, nel riconoscimento della
propria unicità attraverso quella altrui
mercoledì 29 novembre 2017
Falsche Bewegung
Il nostro treno
Possiamo lasciarli passare certi treni attraverso di noi? Abbiamo pronte le rotaie oppure li lasceremo deragliare e rovinare? Possiamo rinunciare a quei treni per i quali capiamo di non aver ancora pronte le rotaie? Magari non per sempre ma fino a quando il cantiere non avrà terminato i lavori.
Non sempre ci mettiamo sul treno giusto e spesso non riusciamo a scenderne neppure dopo aver visto dal finestrino che la direzione è sbagliata.
L'intelligenza ha bisogno di onestà, l'onestà ha bisogno di coraggio. Ma questo cuore agguerrito del coraggio non può farcela senza cuore. Senza averi non possiamo farcela. Questi averi, però, devono essere pochi, concentrati, essenziali. Come essenziale è il felino che troppo magro non può, troppo pieno neanche, scattare fulmineo come talvolta vorrebbe.
sabato 18 novembre 2017
Arrangiamento della Meditazione guidata di Mauro Scardovelli
Arrangiamento della Meditazione
guidata di Mauro Scardovelli
registrazione su youtube del 13 giugno 2016 https://www.youtube.com/watch?v=PSzHmj15_6U
a cura di Silvia Peronaci
Ci sediamo disponendo la colonna in posizione
verticale. Appoggiamo bene i piedi a terra e
scostiamoci dallo schienale. Le prossime istruzioni saranno seguite morbidamente, senza forzare. Prestando attenzione a come ci muoviamo possiamo accorgerci in tempo se un certo movimento sta per farci male e fermarci prima che cominci il dolore. Il dolore è un semaforo rosso che vediamo solo dopo essere andati a sbattere ma se ci muoviamo in modo consapevole trasformiamo noi stessi in una fonte prodigiosa
di piacere e di armonia.
Contraggo pancia e perineo. In modo graduale, delicato, fluido e deciso risucchio i visceri verso la schiena, li sollevo. Nello stesso istante, stacco i denti, distendo il viso. Mi fermo e osservo. La colonna è già salita. La sommità del capo, sede di Sahasrara Chakra, vortice di petali, si protende verso il cielo. Inspirando portiamo dolcemente le braccia sopra la testa. Le distendiamo in alto mentre l’aria resta per qualche attimo nei polmoni. Ora le riportiamo giù. Le facciamo scendere lentamente passando ai lati del corpo mentre l’aria lascia i polmoni attraverso il naso. Respiriamo sempre attraverso il naso. Il mento è parallelo al pavimento. Il capo lievemente arretrato sul collo. Mandibole e lingua decontratti. Viso disteso, inespressivo, nessuna posa da selfie. Non vogliamo dire niente. Chiudiamo gli occhi fuori per spalancarli sui panorami interni, su quegli scenari dentro di noi dove i cinque sensi si mescolano dando vita ad altri sensi, ad altre sensazioni, ad altri mondi possibili. Se la colonna è verticale c’è un retto sforzo e difficilmente possiamo addormentarci o intorpidirci. La colonna retta non è un dono naturale che qualcuno ha la fortuna di avere e qualcun altro no ma è un impegno a tenerla dritta. È una decisione che prendiamo e riprendiamo di volta in volta. È essere attivi. È il nostro portamento esistenziale. Questa verticalizzazione è un simbolo: il rapporto tra la terra e il cielo, l’unione di femminile e maschile, la partecipazione di corpo e mente. È il simbolo dell’homo sapiens che conquistando la posizione eretta trova le mani, le dita creatrici. Con questa ricerca posturale noi incarniamo un simbolo e facciamo un rito: la nostra azione non mira solo allo scopo utilitaristico di curare il mal di schiena quanto piuttosto a farci fare un’esperienza armonica, a farci sentire la musica dentro l’atto di esistere. Forse vogliamo esprimere gratitudine, grazia, gentilezza. Forse ritrovare quell’eleganza naturale che gli attaccamenti egotici ci hanno fatto perdere. Appoggiamoci dunque bene alla terra coi piedi, radichiamo il bacino alla sedia ma, contemporaneamente, puntiamo in alto, in direzione del cielo, dell’infinito, della coscienza infinita. La coscienza può espandersi fino a comprendere tutto ciò che c’è. Più la coscienza si eleva, più amplia la sua visione e più la nostra vita è felice. In inglese felice è happy, da happen, succedere. Felice è chi lascia succedere, chi lascia che le situazioni cambino, che la fase nuova succeda alla vecchia, imparando dalla luna. Felice chi non trattiene, non blocca, non si attacca a una permanenza ingannevole ma è capace di riconoscere quando è il tempo giusto di lasciare andare. Al contrario, più la coscienza è ristretta, capace di considerare solo poche cose, paurosamente abbarbicata a ciò che crede di avere, più la vita è ricca di sofferenze.
Contraggo pancia e perineo. In modo graduale, delicato, fluido e deciso risucchio i visceri verso la schiena, li sollevo. Nello stesso istante, stacco i denti, distendo il viso. Mi fermo e osservo. La colonna è già salita. La sommità del capo, sede di Sahasrara Chakra, vortice di petali, si protende verso il cielo. Inspirando portiamo dolcemente le braccia sopra la testa. Le distendiamo in alto mentre l’aria resta per qualche attimo nei polmoni. Ora le riportiamo giù. Le facciamo scendere lentamente passando ai lati del corpo mentre l’aria lascia i polmoni attraverso il naso. Respiriamo sempre attraverso il naso. Il mento è parallelo al pavimento. Il capo lievemente arretrato sul collo. Mandibole e lingua decontratti. Viso disteso, inespressivo, nessuna posa da selfie. Non vogliamo dire niente. Chiudiamo gli occhi fuori per spalancarli sui panorami interni, su quegli scenari dentro di noi dove i cinque sensi si mescolano dando vita ad altri sensi, ad altre sensazioni, ad altri mondi possibili. Se la colonna è verticale c’è un retto sforzo e difficilmente possiamo addormentarci o intorpidirci. La colonna retta non è un dono naturale che qualcuno ha la fortuna di avere e qualcun altro no ma è un impegno a tenerla dritta. È una decisione che prendiamo e riprendiamo di volta in volta. È essere attivi. È il nostro portamento esistenziale. Questa verticalizzazione è un simbolo: il rapporto tra la terra e il cielo, l’unione di femminile e maschile, la partecipazione di corpo e mente. È il simbolo dell’homo sapiens che conquistando la posizione eretta trova le mani, le dita creatrici. Con questa ricerca posturale noi incarniamo un simbolo e facciamo un rito: la nostra azione non mira solo allo scopo utilitaristico di curare il mal di schiena quanto piuttosto a farci fare un’esperienza armonica, a farci sentire la musica dentro l’atto di esistere. Forse vogliamo esprimere gratitudine, grazia, gentilezza. Forse ritrovare quell’eleganza naturale che gli attaccamenti egotici ci hanno fatto perdere. Appoggiamoci dunque bene alla terra coi piedi, radichiamo il bacino alla sedia ma, contemporaneamente, puntiamo in alto, in direzione del cielo, dell’infinito, della coscienza infinita. La coscienza può espandersi fino a comprendere tutto ciò che c’è. Più la coscienza si eleva, più amplia la sua visione e più la nostra vita è felice. In inglese felice è happy, da happen, succedere. Felice è chi lascia succedere, chi lascia che le situazioni cambino, che la fase nuova succeda alla vecchia, imparando dalla luna. Felice chi non trattiene, non blocca, non si attacca a una permanenza ingannevole ma è capace di riconoscere quando è il tempo giusto di lasciare andare. Al contrario, più la coscienza è ristretta, capace di considerare solo poche cose, paurosamente abbarbicata a ciò che crede di avere, più la vita è ricca di sofferenze.
Rivediamo i gesti di verticalizzazione: mentre ispiriamo
allunghiamo in alto le curve delle vertebre lombari e cervicali, mentre espiriamo ci
abbandoniamo. Non vogliamo incurvarci, ricadere su noi stessi e chiuderci, ma vogliamo allentare, rilasciare le
contrazioni muscolari mentre il soffio vitale va in risacca e porta l’aria
fuori. Ma quando il vento rimonta dentro di noi spingiamo di nuovo i muscoli
verso l’alto per accogliere la nuova onda d’aria. Ogni muscolo partecipa nell'accrescere il volume del ventre, del torace, di ogni nostra cellula che vuole
ossigeno, che brama vita. All’inizio è un lavoro perché i muscoli si devono
rafforzare, si deve rafforzare l’io che ci governa. Non un irrigidimento ma un
moto di verticalizzazione e un moto di abbandono, un ritmo che alterna spinta
verso l’alto a ritorno a terra, rilasciamento. Colleghiamo così ciò che è
materiale con ciò che è ideale: fratellanza, bellezza, armonia, forza,
gentilezza, empatia. Non è facile. Più facile è buttarsi giù, abbandonarsi alla
via di minore resistenza. La via intrapresa dalla nostra società delle passioni
tristi.
Ma già l’atto di sedersi nel modo che stiamo descrivendo, è
un atto rivoluzionario, una rivolta dello spirito. Rivoluzionario è fare un uso
proprio del cervello, attivare certe zone e inibirne altre. Attiviamo la
testimonianza incondizionata, l’amorevole presenza a se stessi, la
consapevolezza non giudicante e lasciamo andare il controllo che alimenta le
compulsioni, che ne toglie una e ne crea un’altra. Praticare meditazione porta
a trasformare la morfologia del cervello e a farne una struttura che sostiene
la fede nella vita invece che la sfiducia. Non serve farlo una tantum. Se per questo sentiero ci passiamo troppo di rado, le
erbacce lo ricoprono subito. Dobbiamo passarci e ripassarci perché resti aperto.
E così sarà sempre meno automatico imboccare la vecchia via che, nel disuso, si
è riempita di sterpaglie.
Stare seduti: inspiro, ricevo il principio vitale, sorrido;
i muscoli del viso e delle spalle si distendono perché non siamo più arrabbiati
col mondo. Mentre mantengo la posizione in verticale l’inspirazione diventa
piena; il torace si apre, si pone fine
alla tendenza delle spalle di proteggere il cuore, la ferita. Non c’è bisogno
di proteggere niente. Dal momento in cui impariamo a sederci, a
verticalizzarci, a divinizzarci non abbiamo più bisogno di proteggerci. Possiamo
lasciare andare le nostre difese perché non siamo più bambini piccoli. Stare
seduti in questo modo è già diventare genitori di se stessi. Inspirando,
verticalizzandoci, sviluppiamo la consapevolezza di prendere la vita dentro di
noi attraverso un retto sforzo, dunque, naturalmente, ci viene di sorridere. Espirando,
ci affidiamo alla terra, ci abbandoniamo. Rimaniamo in posizione verticale ma
un po’ più morbida. Alla prossima inspirazione c’è un lieve inarcamento
lombare, un distanziamento delle vertebre cervicali, un lieve arretramento
della testa la cui sommità spinge verso il cielo. Durante l’espirazione, c'è la
coscienza che lascio andare, che non mi attacco a nulla, che mi affido; non mi
aggrappo, non devo trattenere l’aria ma rilassarmi. Lascio andare tutto, anche
l’aria. Mi abbandono con un grande atto di fiducia, con la certezza che l’aria
che lascio ritornerà. Quando respiriamo così, diventiamo un re che si
verticalizza e una regina che si abbandona alla terra. Alterniamo in un ritmo
armonico la retta tensione alla retta distensione, la tensione verso gli
ideali, e il ritorno alle piccole cose quotidiane, al qui ed ora. Questo semplice
atto di stare seduti con la consapevolezza della postura verticale, questa coscienza di inspirare sorridendo in gratitudine e di espirare in un abbandono fiducioso con il tempo è generativo di salute fisica emotiva mentale e
spirituale. Nel momento in cui siamo seduti così stiamo già guarendo. Anche se
siamo ancora pieni di contrazioni e pensieri tossici, di vecchie emozioni,
vecchie immagini. Durante l’espirazione noi stiamo lasciando andare senza
attaccamento tutto, anche gli attaccamenti al nostro passato, alle nostre
abitudini, ai nostri pensieri ripetuti infinite volte, non più pensieri
pensanti ma pensieri vecchi, già pensati, utili soltanto a un tempo che ormai non c’è.
Lasciamo andare le vecchie cose che non servono più. Stiamo aprendo tutte le
finestre e le porte per far uscire quegli oggetti del passato che
ingombrano la nostra casa interiore. Stiamo prendendoci cura di noi stessi come
una madre che si prende cura dei figli senza mai essere stanca. L’io materno si
prende cura di ciò che è più vicino, le sensazioni del corpo, le emozioni, i
pensieri. Poi c’è l’io paterno che fa da ponte tra l’interno e l’esterno; ci fa
crescere verso la comunità, ci fa uscire dall’attaccamento alla madre, a ciò che è noto e ci apre
alla socialità esterna alla famiglia, all'ignoto. Verticalizzandoci con l’inspiro
rinforziamo l’io paterno, abbandonandoci con l’espiro, rinforziamo l’io
materno. Pian piano i nostri occhi si ammorbidiscono, diventano liquidi, i
muscoli oculari, che sono tra i muscoli più attivi del corpo, hanno bisogno di
riposarsi e questo avviene quando ci abbandoniamo. Se gli occhi non si lasciano
andare diventano duri e poi freddi e grigi e non c’è niente di bello per occhi
così, il mondo è brutto. Abbiamo bisogno di occhi morbidi, che sanno adattarsi
al contesto, flessibili, freschi. Solo occhi così sanno entrare in risonanza
con il mondo circostante, sanno empatizzare con ciò che c’è intorno. Questa è
una educazione dei sensi. Noi contattiamo il mondo esterno attraverso i nostri
sensi. Se i sensi sono atrofizzati o irrigiditi, questa è l’immagine del mondo
che ci danno, un mondo freddo, grigio, duro, competitivo, violento. Quando gli
occhi si fanno morbidi, rilassati distesi e nello stesso tempo acuti, capaci di
guardare lontano e vicino; quando sanno unire queste qualità femminili della
morbidezza insieme con le qualità maschili della direzionalità, dell’intenzione,
della concentrazione, allora i nostri occhi diventano gli occhi dell’anima... Possiamo
diventare chi siamo se siamo coscienti di abitare dentro un corpo fatto di
sensi e sensazioni; se ci prendiamo cura di questa dimensione terrena di sensi
e sensazioni come di un viatico per il cielo, per l’espansione della coscienza.
Mi abbandono alla terra, trovo rifugio e ristoro nel femminile che mi fa
sentire accolto; riprendo forza e riparto verso l’alto con un retto sforzo.
Tutto questo significa stare seduti, tutt’altro che qualcosa di passivo. Col
tempo questa pratica diventa sempre più piacevole al livello fisico. A livello emotivo
dona felicità, a livello mentale lucidità del pensiero. E ci dà gioia a livello
spirituale via via che il cuore abbandonando le contrazioni, le tensioni, le
resistenze finalmente si apre al mondo e a noi stessi. Quando questa pratica
diventa il nostro rifugio dove ci ritiriamo per provare piacere, felicità,
chiarezza e gioia incondizionati, non dipendenti da nulla, allora da quel
momento possiamo dire di essere sovrani, re e regine e nello stesso tempo
possiamo dire di essere genitori, capaci di generare, di creare cose nuove,
forme nuove, non solo biologicamente ma a livello biologico, fisico, energetico,
emozionale, psichico, intellettivo e spirituale. Quando questa pratica si diffonderà
di più, quando cominceremo a provare ristoro nel farla, allora il mondo attorno
a noi cambierà. La pratica è il gesto di adattarsi alla curva vitale che, come
le onde del mare, alterna tensione, picchi, verticalità a distensione, rilascio,
abbandono, non controllo, lascio andare, basta. Distacco. Quando siamo dentro
la logica della vita allora stiamo nella verità. Non diciamo la verità ma siamo
veri e possiamo vedere la verità fuori di noi, possiamo vedere l’armonia, la
bellezza in ogni persona. E quindi
sappiamo distinguere con chiarezza, l’anima di una persona, da ciò che è
semplicemente falso, fasullo, contrario alla logica della vita. Possiamo vedere
le sue difese egoiche senza farle nostre, senza difenderci a nostra volta. Possiamo provare
compassione verso le difese dei molteplici io che nuotano nella paura, nella
collera, nella dipendenza, nella reattività, nel risentimento di una tristezza
infinita di una vita mal condotta.
Iscriviti a:
Post (Atom)