Da anni cerco di familiarizzarmi con quelle idee che, strada facendo, mi sono sembrate le più affini al mio passo, le più utili a sostenere la mia prosecuzione, a conoscere me stessa. Queste idee hanno rappresentato per me l'acquisto di organi cardiaci supplementari che la vita mi offriva oltre a quel cuore datomi alla nascita. Infatti esse scandiscono un ritmo che sovente ha rimesso a regime quello del cuore natale che si era smarrito.
Tra di esse tre: l'idea normativa degli Yogasutra, santosa, cioè la pratica di essere paghi, la postilla tantrica che non il piacere ma l'attacamento ad esso sia la cuasa della sofferenza e quell'idea, sempre orientale, per la quale niente fuorché il presente sia reale, che io chiamo ontologia del presente.
Sto cercando di prendere delle abitudini. A differenza di chi è abitudinario e che ha visto sgretolarsi sotto il macigno dell'abituazione la percezione stessa di ciò che sempre faceva e continua a fare, quando riesco a ripetere per un numero sufficiente di volte qualcosa tanto da poter pensare di cominciare a concepirla come una mia abitudine, sento il tepore di una vaga felicità sorgere all'orizzonte semi-artico del mio umore. Ma non è forse questo indice di attaccamento? Il segno che sia esattamente non quello che faccio ma il fatto di ripeterlo a darmi gioia?
venerdì 28 febbraio 2014
lunedì 10 febbraio 2014
Prima del tramonto
Un' onda di miele sta avvolgendo la mia luce.
Rapidamente la satura.
E imbeve di chiarore le caverne spugnose del buio.
Una ventata d'ambra, e hai sollevato le palpebre gonfie di sonno delle mie cellule,
di quelle mille e mille celle d'alveare che ogni volta dimentico.
Poi le hai intinte di te, del tuo volume, le hai rivestite con la stoffa luccicante
di una calda notte passata a passeggiare al porto.
Ma già devo accendere le candele perché ti sei fatta ghiaccio.
E ora stiletti impunita.
A domani, mia cara, ritorna!
Troppo presto non tornare,
luce della sera
che presto te ne vai.
Rapidamente la satura.
E imbeve di chiarore le caverne spugnose del buio.
Una ventata d'ambra, e hai sollevato le palpebre gonfie di sonno delle mie cellule,
di quelle mille e mille celle d'alveare che ogni volta dimentico.
Poi le hai intinte di te, del tuo volume, le hai rivestite con la stoffa luccicante
di una calda notte passata a passeggiare al porto.
Ma già devo accendere le candele perché ti sei fatta ghiaccio.
E ora stiletti impunita.
A domani, mia cara, ritorna!
Troppo presto non tornare,
luce della sera
che presto te ne vai.
mercoledì 5 febbraio 2014
Il compasso da John Donne
A Valediction: forbidding morning
Come quieti dipartono gli onesti
Sottovoce dicendosi che è l’ora,
Mentre commentano alcuni amici mesti:
— Va via il respiro—, ed altri: —non ancora—,
Lasciamoci così, sommessamente,
Senza di pianto e di sospir tremore.
È profanar gioie che ognun di noi sente Senza di pianto e di sospir tremore.
Il rivelare al mondo il nostro amore.
Tremor di terra fa paura e disastri,
E sul suo senso l’uomo fa domande, Ma la trepidazione che han gli astri
È innocente benché tanto sia grande.
Nei rozzi amanti sublunari amore
—La cui anima è il senso — non regge affatto L’assenza, che è il pericolo maggiore
Delle cose di cui esso è stato fatto.
Ma noi, dall’amor così raffinato,
Che neppure noi ne conosciam l’essenza, La mente resa certa del suo stato,
Men d’occhi, labbra e mani urta l’assenza.
Le anime nostre nella loro unione,
Benché io debba partire contro voglia, Non avvertono
frattura, ma espansione, Come oro che battuto si fa sfoglia.
Son due, ma così come nel compasso
Due sono anche i gemelli austeri: e dove Sembra non fare la tua anima un passo,
Piè fisso è e all’altro teso, se si muove.
E benché essa rimanga nel suo centro,
Mentre l’altra più lontano si spinge, Si inclina, la richiama e aspetta il rientro
Tornando eretta se a rientrar si accinge.
E per me, cui in oblique vie andar pertiene,
Simile all’altro piede, andar spedito, Sei il punto fermo, e il cerchio chiude bene,
E fai che io torni dove son partito.
Ho conosciuto questa poesia quasi trent'anni fa durante una delle incantevoli lezioni di Dorotea Medici, professoressa straordinaria cui va la mia interminabile riconoscenza. Ricordavo, sbagliando, che si intitolasse il compasso. Ma come un compasso mi si è conficcata dentro.
venerdì 8 febbraio 2013
Pensare mi riguarda ?
"Cogito ergo sum." Questa deduzione è nota a tutti. Ma la premessa
dai cui parte è vera, è cioè una realtà il fatto che io pensi oppure mi
sto ingannando? Ha valore stabilire se tra i tanti atti quotidiani ce ne
sia anche solo uno che decisamente vorrei chiamare 'pensare'? Che cosa
ne andrebbe della mia vita se rinunciassi a questa spinta a pensarmi
pensante? Quando la schermata di facebook ti chiede "Cosa pensi?" non
vorresti mai rispondere che non pensi a un accidenti di un niente? E
allora come ti senti? Non ti senti forse in difetto, come se non avere
neanche un pensiero fosse come ritrovarsi all'improvviso al bar senza
neppure uno spicciolo in tasca? Dopo la figuraccia uno comunque il caffè se lo prende poi a casa. Ma uno senza
pensieri dove caspita va? Uno così sta peggio di un senzatetto perché
questi, seppur fredda, come casa ha la strada mentre quello una casa non
ce l'ha. Lo conoscete voi uno così? Lo frequentereste? Ma poi, non vi
capita mai, anche proprio a voi stessi di essere così? E allora che fate?
Smettete di frequantarvi come se non vi conosceste?
Purtroppo dietro alla domanda della schermata di Facebook che ci interpella appena apriamo quella finestra credo ci sia un'idea di ciò che sia pensare troppo simile a quella suddetta per la quale chi non pensa è un poveraccio come chi non ha denaro. Così entriamo in ansia e gliela facciamo vedere noi! Forse non penso un accidenti di niente però guarda che belle immagini ti schiaffo sullo schermo, guarda che link strafico, senti qui che musica!
Purtroppo dietro alla domanda della schermata di Facebook che ci interpella appena apriamo quella finestra credo ci sia un'idea di ciò che sia pensare troppo simile a quella suddetta per la quale chi non pensa è un poveraccio come chi non ha denaro. Così entriamo in ansia e gliela facciamo vedere noi! Forse non penso un accidenti di niente però guarda che belle immagini ti schiaffo sullo schermo, guarda che link strafico, senti qui che musica!
Si può però avere un'altra idea di
cosa sia pensare. Intanto si può rispondere di sì, si può scegliere di
stabilire che è una cosa molto importante che almeno uno tra i tanti
atti quotidiani sia anche l'atto di pensare. Anzi, solo il pensare è un
atto vero e proprio mentre gli altri sono movimenti esistenziali troppo
generici per meritare questo nome e dunque la considerazione di quell'unica
attività nella quale, accadendo qualcosa, possiamo finalmente essere
felici. Salvatore Natoli ci fa notare molto provvidamente che la parola
inglese 'felicità' viene dal verbo to happen. Come ognuno di noi
certo già sapeva senza sapere di saperlo esiste dunque un nesso
fondamentale tra il succedere e la felicità. E dunque tra il pensiero e
la felicità. Questi collegamenti ci liberano però dall'idea che pensare
sia far succedere qualcosa di strabiliante come lo choc che diede il
cesso di Marcel Duchamp messo in cornice. Ciò che deve accadere per
essere felici è il sentimento dell'unicità, ci sono altre parole di
Salvatore Natoli che non ritrovo in questo istante che dicono molto bene
questo atto. Sono però di estremo aiuto in proposito anche le parole di
Edith Stein che volentieri cito di nuovo in questo sito: "Agire è
sempre produrre qualcosa che non è presente." Queste parole ci fanno
capire perché il pensiero non sia una botta di genialità, una trovata
eccentrica e molto smart, come suggerirebbe Facebook con la sua
domanda apparentemente innocua. Se il vero e proprio agire è solo l'atto
di pensare, se agire in senso eminente è pensare, allora, in base alle
parole di quell'allieva cui il maestro Husserl preferiva Heidegger,
pensare è produrre qualcosa che non è presente.
Ora, però, c'è da dire che la dimensione della virtualità delle telecomunicazioni è quella in cui niente è davvero presente. Comunicare non significa infatti scambiarsi oggettini pensati come al mercatino dell'usato. Spesso Facebook si riduce invece a una vetrina, al banco di un mercato in cui ognuno espone la sua merce pensiero. Ma il pensiero non è una merce di scambio. E' piuttosto una casa in cui convivere, una casa in cui star comodi e sicuri insieme, o anche scomodi e in lotta, ma una casa per cui lottare. Comunicare non vuol dire mettere in comune pensieri che già si avevano prima come si potrebbe fare per i soldi. Se facciamo attenzione ci rendiamo conto che il confronto non è che il lato più superficiale del dialogo con l'altro. La logica del nostro problema non ha tanto bisogno di essere equiparata a quella di qualche altro come si fa nelle analisi di mercato. Piuttosto ogni nostro problema trova la sua logica solo nel dialogo perché all'interno di questo contesto dialogico si produce qualcosa che non era presente e quindi che non era pensato, che era ancora inattivo. Ma leggiamo le parole di Guido Calogero:
"Portato il problema sul piano della
comunicazione, io non rimedio all'angustia autarchica e quindi
tautologica del mio logo se non attuando il dialogo: non già creando,
ancora una volta, un logo del dialogo, il quale tornerebbe a essere non
meno autosufficiente e quindi autologico, del primo logo."
Ora, però, c'è da dire che la dimensione della virtualità delle telecomunicazioni è quella in cui niente è davvero presente. Comunicare non significa infatti scambiarsi oggettini pensati come al mercatino dell'usato. Spesso Facebook si riduce invece a una vetrina, al banco di un mercato in cui ognuno espone la sua merce pensiero. Ma il pensiero non è una merce di scambio. E' piuttosto una casa in cui convivere, una casa in cui star comodi e sicuri insieme, o anche scomodi e in lotta, ma una casa per cui lottare. Comunicare non vuol dire mettere in comune pensieri che già si avevano prima come si potrebbe fare per i soldi. Se facciamo attenzione ci rendiamo conto che il confronto non è che il lato più superficiale del dialogo con l'altro. La logica del nostro problema non ha tanto bisogno di essere equiparata a quella di qualche altro come si fa nelle analisi di mercato. Piuttosto ogni nostro problema trova la sua logica solo nel dialogo perché all'interno di questo contesto dialogico si produce qualcosa che non era presente e quindi che non era pensato, che era ancora inattivo. Ma leggiamo le parole di Guido Calogero:
giovedì 31 gennaio 2013
La felicità è esercizio
Presentazione dell’Atto creativo in Baudelaire, 31 gennaio 2013
Roma - Palazzo Sora Fieschi. Editore Marco Solfanelli
Relatori: Emerico Giachery, Gianluca
Valle, Floriana Scarcia
Letture: Donatella Ferrara.
Approfitto
della compiutezza delle relazioni che mi hanno preceduto per concentrarmi su un
tema che mi sta molto a cuore, anche se nel libro è presente solo
indirettamente: il tema della felicità.
La
felicità è un argomento di cui spesso si ha vergogna, come fosse una cosa poco
seria. Cercherò di rendere visibile la filosofia invisibile e per lo più
inconsapevole che sorregge questo inopportuno pudore.
Le due
diverse modalità di atto creativo in B. non corrispondono a due diversi io in
competizione ma a strati diversi, a diverse altezze di una medesima esistenza
personale. La contesa che dilacera B., infatti, non è tra i diversi ordini
gerarchici del soggetto ma è interna al livello inferiore di questi, a quel
livello che, creando, si aliena da se stesso, si disconosce sempre più, poiché,
a guidarlo, non è il giudizio libero ma una sorta di meccanica impersonale, di
dinamica senza anima: l’ansia di non aver ciò che si vuole e l’incapacità
isterica di apprezzare ciò che si ha. Il piano basso della soggettività, per
rimediare alla propria pena, si costruisce un mondo ideale parallelo, astratto e
senza tempo, nei cui cristalli minerali trova rifugio da quel mondo reale
organico e deperibile alla cui consunzione dolorosa non riesce a tener testa se
non con la fuga. Il rimedio dal male però è fittizio, inefficace e risospinge
B. sulla cresta di un agire molto frustrante perché non costruisce benessere,
accrescimento, espansione ma mera coazione a ripetere, coazione che lo incatena
sempre più alla sadica giostra che ora lo innalza su vette da sogno ora lo precipita
in valli di miseria.
Lo strato
più alto dell’esistenza personale, quello in cui s’incontra l’unicità assoluta
e irripetibile della propria essenza individuale, è quello da cui emanano gli
atti creativi che ho chiamato atti fenomenologicamente
vissuti e che sono finalmente atti liberi e personali. In che rapporto sta
questo piano superiore e più maturo dell’essere con il dolore? Lo abbiamo
appena letto nel sonetto Semper Eadem.
Chi si aspetta che la gioia non finisca, chi vorrebbe annullare il tempo, è
ignorante, come uno che pretendesse di essere Dio. Ignorante è dunque l’azione
che muove dal piano della soggettività illustrato prima. Questo piano basso
della soggettività pretende che la felicità sia una condizione permanente e la
interpreta come un oggetto ideale, come una costruzione geometrica astratta e
indeperibile, come una forma vuota e fuori del tempo e dello spazio che ha nel
mondo solo copie imperfette che le incutono terrore e fobia. Nelle parole che
Socrate pronuncia, nel Fedone di
Platone, mentre viene liberato dalle catene per essere preparato alla morte,
troviamo espressa la consapevolezza tipica di questo strato più alto
dell’esistenza personale:
«Socrate, sedutosi sul letto, tirò su la
gamba e si mise a strofinarla con la mano e, mentre la massaggiava, disse: “Che
ben strana cosa, miei cari amici, sembra esser questo che gli uomini chiamano
piacere! E come meravigliosamente si trova per natura in rapporto con quello
che sembra il suo contrario, il dolore! L’uno e l’altro si rifiutano di
trovarsi insieme nell’uomo, ma, d’altra parte, se se ne insegue uno o lo si
prende, ci si trova costretti a prendere sempre anche l’altro, come se fossero
attaccati ad un unico capo, pur essendo due”…».
Questa
qualità unitaria e non dualistica della consapevolezza, quale la evinciamo dal
brano platonico, non si dà tuttavia dalla nascita. Tale capacità inclusiva e
comprensiva è una possibilità, ma una possibilità che può rimanere intentata e
minacciare il senso della vita. Quando ci si domanda se la propria sia una vita
felice ci si chiede, in fondo, se si stia almeno tentando di attingere a un
piano di vita che non sia solo biologico. Quando ci si chiede che senso abbia
la vita sullo schermo di questo interrogativo spesso angoscioso, si può
scorgere una porta o un muro, una prospettiva o una superficie piatta. Nel mio
libro ho cercato di richiamare l’attenzione sul fatto che questo “scorgere” nella
vita un’apertura o una chiusura, un senso o un non-senso, non è un evento
naturale al di là della forza umana. Tale “scorgere” nel mondo in cui siamo
linee di fuga invece che orizzonti interrotti è un atto personale, un movimento
soggettivo o, più precisamente, un moto inter-soggettivo e dunque politico. Il
fatto di vedere o di non vedere un valore nella vita non è una questione innata
di carattere per cui uno nasce ottimista e l’altro pessimista e sono fatti
suoi. Avere o non avere valori non è un affare individuale perché l’io, almeno
nel senso d’individuo-persona, è impossibile senza un tu. («Nessun io senza un
tu», diceva Jacobi.) Detenere un io senza avere la consapevolezza della sua
provenienza dal tu comporta inevitabilmente un abuso dell’io che, afflitto, come
dire, da ipertrofismo, non può apprendere ad usare la libertà e ne finisce
usato e schiavo. Quali sono le tracce di quest’abuso dell’io?
Una
traccia di questo abuso è proprio nell’idea che ci si fa della felicità come
condizione permanente. Concepire la felicità come cancellazione del tempo,
ritenere che essa in fondo non esista perché non dura, significa non
considerare che un aspetto essenziale della felicità è il ritmo, che un suo
elemento necessario è l’intervallo minimo, la sapiente sospensione, l’epoché,
come diceva il prof. Valle, quel deficit minimo di contrazione, di allentamento
della presa, che, consentendo la decontrazione, dà luogo al pulsare
dell’esistenza, al suo respiro. Pensiamo alla Creazione di Michelangelo nella
Cappella Sistina, all’energia che si sprigiona in quello spazio che separa e
congiunge le dita del Creatore da quelle di Adamo. La felicità è questa sincope
gentile, un equilibrio agile perché instabile, non una condizione permanente. È
quello stacco che, consentendo la prospettiva, apre la vista e rende visibili
porte laddove si scorgevano solo muri senza uscite. La felicità è la capacità
di cogliere valori, di impegnarsi pazientemente nella valutazione della
finitezza. Non bisogna interpretare la felicità solo come soddisfazione, come
un riempirsi la pancia. La felicità va interpretata come ascesa. La vetta
impervia da scalare, da vincere, è il dolore, non quello auto-procurato da
lotte intestine e distruttive, ma quello vero e inevitabile della vita. «L’uomo
è felice – dice Nietzsche – non quando è sazio, ma quando è capace di vittoria».
Vincere
se stessi, imparare a rialzarsi in fretta dalle cadute, rafforzarsi attraverso
la sofferenza e apprendere a tenerle testa nei combattimenti quotidiani fa
della felicità qualcosa che non è neppure più un vissuto, uno stato della mente,
ma una pratica. La felicità così intesa, per dirla con Salvatore Natoli, è «l’arte
del ben vivere che genera soddisfazione», è «esercizio», è «virtù». Essa, in
qualche modo, è anche disciplina. B., attraverso la regolare attività di
disciplinare poeticamente il proprio rifiuto della realtà, documenta quanto
abbia davvero cercato di umanizzarsi, quanto egli abbia cercato di viversi come
un io che è tutto fuorché un’esperienza solipsistica. La cura poetica del proprio
dolore, seppur fosse scevra da finalità filantropiche come lo accusava
ingiustamente Sartre, va a correggere la brutalità della sofferenza vissuta
nell’isolamento e va ben oltre gli angusti confini della contemplazione narcisistica. B., in realtà, nonostante le apparenze,
fu un maestro di felicità. La sua poesia «ponendo le condizioni per rivivere
una sofferenza vissuta, quasi fosse un vissuto non proprio, va a surrogare
quell’altrui comprensione di se stessi senza la quale nessuno potrebbe farsi
un’esperienza personale». La poesia di B., in altri termini, «rende forse
possibile ciò che E. Stein chiama “simpatia riflessiva”, l’idea secondo cui la
mia originaria esperienza vissuta torna a me empatizzata» da un altro.
mercoledì 30 gennaio 2013
Bruciare senza incenerire
Bisogna saper attendere la propria sete e farla giungere al massimo: altrimenti non si scoprirà mai la propria sorgente.
Salvatore Natoli
sabato 19 gennaio 2013
Presentazione Atto Creativo 31 genn 13
Pubblicare un testo costringe all'esercizio filosofico di rileggerlo senza poterlo più modificare.
Rileggersi senza potersi correggere è un esercizio filosofico perché costringe a un pensiero insolito, a un contatto inusuale con se stessi: si viene privati della possibilità di retroagire sulle proprie azioni come se si fosse morti. Anzi, una possibilità di retroagire resta, ed è quella di sentire dentro di sé il lievitare degli effetti di questa impossibilità.
Rileggersi senza potersi correggere è un esercizio filosofico perché costringe a un pensiero insolito, a un contatto inusuale con se stessi: si viene privati della possibilità di retroagire sulle proprie azioni come se si fosse morti. Anzi, una possibilità di retroagire resta, ed è quella di sentire dentro di sé il lievitare degli effetti di questa impossibilità.
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